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mercoledì, marzo 15, 2006

Racconto Ucronico



Andrea non voleva alzarsi. Pigro, si rigirava nel letto. Litigava con le coperte, che tentavano di affogarlo, come gorghi del Tevere. Dalle persiane, un raggio di luce lo infastidiva. Prendeva a pugni i granelli di polvere e lama di coltello, gli indicideva i lineamenti del viso.

L'aria fredda. Il rumore delle carrozza. I litigi di comari. La pendola, monotona. Tutto lo infastidiva e lo allontanava dal sonno. Del giusto, una volta avrebbe aggiunto. Ma dai tempi di Milano aveva smesso di esser presuntuoso. Il confessore, Padre Pucci, un vecchio scolopio rughe ed ossa, gli continuava a ripetere che la Giustizia non era di questo mondo. e Andrea, dentro di sè, sperava avesse ragione.

Con uno slancio si alzò finalmente dal letto. Diede uno sguardo ai ghirigori in ferro della spalliera. Un'occhiata distratta a stucchi ed affreschi, è proprio vero che nella vita ci si abitua a tutto, e si diresse verso il bacile di rame.

Si guardò, tra noia e sonno, allo specchio. Contò i primi capelli bianchi. I solchi sulla fronte e accanto agli occhi. Aprì il rasoio. L'appoggiò sul collo. Quanto sarebbe facile.

La barba scomparve, con ostinata lentezza. L'acqua fredda, sulle guance, sul collo e sulle tempie lo aiutò a riprendersi. Uno spruzzo di profumo. Il conte Tacchia gli aveva detto che quell'essenza andava di moda. Non è che lo facesse entusiasmare, ma si fidava di quel gagà. Si atteggiava a nobile, ma aveva più gusto di tanti Colonna e Borghese.

Si vestì e scese lentamente per lo scalone. La paglia attutiva ogni passo. Cominciava però a diffondersi un odore di marcio. Avrebbe dovuto dare ordine di cambiarla. E di chiamare quel maledetto antiquario. Gli aveva detto che un inglese avrebbe pagato a peso d'oro quelle statue dell'atrio, covo di ragnatele.

Il nonno del nonno, pazzo collezionista, aveva estirpato tante buone vigne, lì a Frascati, per tirarle fuori. E avevo troppi baiocchi. Fossere belle, almeno. C'era un modo migliore per dissipare il patrimonio. Le donne. Non di marmo, ma carne e sangue.

La cucina era il luogo più caldo del palazzo. Non a causa delle fiamme stanche nel camino. Un'allegra, lucente stufa americana. Papà era matto; appassionato di qualsiasi cosa avesse ingranaggi e puleggie. Eppure qualche volta aveva delle idee decenti.

Si sedette, affondando nei cuscini sulle panche. Sul tavolo marmellata, pane caldo, cioccolato, vin caldo. Fece il segno della croce. Cominciò a mangiare con avido gusto.

Gli si avvicinò Marta, la vecchia tatà:

"Buongiorno signore. Mi spiace per il latte. Il garzone degli Odescalchi non è ancora passato"

Andrea notò il sorriso forzato. Marta stava cercando parole. Problemi. Con i libri contabili. Oppure papà, che si era fatto spedire da Torino uno di quei trabiccoli rumorosi chiamati automobili, si era sfracellato contro qualche albero.

"Che c'è ?"

"Ecco..."

"Temporeggiando, mi fai soltanto arrabbiare"

"Un'ora è arrivato un valletto dalla Minerva. Ha dato questo"

Un busta gialla. Il sigillo di Marco. Del cardinal Colacchia, si impose di pensare Andrea. La apri. Riconobbe la grafia ampia e svolazzante, più rotonda del seno di una bella donna. Vieni subito. Conoscendo quanto fosse verboso il vecchio amico, di quanto odiasse andare subito al punto, si preoccupò. Smise di mangiare, con qualche rimpianto.

Corse nello studio. Guardò con invidia lo scrittoio, nascosto da rapporti, cartacce e schede perforate. Si allacciò la fibbia del mantello. Gli cominciava ad andar stretta. Doveva mangiare di meno. Mise in capo il cappello a cilindro. Scelse il bastone da passeggio con il pomello d'argento. Quello animato. Nascose uno stiletto nello stivale destro.

E si avviò verso il portone. Marta gli corse incontro, con una sciarpa.

"Signore, si copra, fa freddo"

"Grazie"

"Debbo dare ordine di preparare il pranzo"

"Ne dubito"

Andrea si infilò per via di Sant'Eustachio. Scanso un gruppo di goliardi, che si recavano a lezione alla Sapienza. Diede un'occhiata ad un paio di studenti dell'Accademia di Francia, troppo impegnati ad imprigionare sulla carta la guglia del Borromini. Non si stancavano mai di tracciare linee. Poi, a che servisse, da quanto avevano inventato il dagherrotipo. Su una cosa era d'accordo con suo padre. La pittura moderna faceva schifo. Quelle scene rubate da melodramma. I colori troppo nitidi. Le luci false. A Roma l'arte si stava fossilizzando. Viveva sui cadaveri dei propri antenati. Quando era stato a Parigi, lì aveva visto qualcosa di nuovo.

Da Sant'Eustachio si udì un'evviva. Un nuovo laureato. L'odore della cioccolata. Dallo squajo De Stefani. 'Na caracca, 'n bajocco. Tanto cacao, con un pizzico di cannella. Era tentato di fermarsi, ma se aveva imparato una cosa da Marco, è che odiava aspettare.

Un gruppo di bulli andò verso via della Palommella. Qualcuno si sarebbe accoltellato. Gli svizzeri avrebbero avuto da fare questo pomeriggio. La piazza della Rotonna cominciava ad animarsi. Il portone di bronzo della chiesa era ancora chiuso, ma i pastari cominciavano ad aprire le loro bottega. Una puttana bionda ricambiò il suo saluto.

Sorrise. Per una volta pensò al nonno. Alle storie che gli narrava portandolo a spasso. Le avventure di Pietro Baiardo, Negromante. Di come imbrogliò il demonio in punto di morte, salvandosi l'anima. Quello che faccio ogni giorno. Fottere Satana.

Si fermò un attimo sotto er purcino de Minerva. Si tolse i guanti, scaldandosi le mani con il respiro. Prese coraggio ed entrò nel palazzo dell'Inquisizione

Continua...

scritto da Alessio Brugnoli alle 21:54

3 Comments:

Anonymous Anonimo said...

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9:42 PM  
Anonymous Anonimo said...

necessita di verificare:)

3:51 AM  
Anonymous Cinema Roma said...

bell'articolo complimenti!

11:36 AM  

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