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mercoledì, marzo 15, 2006

Archeologia romana

Due novità dall'archeologia romana. La prima è che a Porta Portese, tra le bancarelle del mercato, hanno pizzicato er sor Giovanni, decano dei tombaroli romani, che, quasi ottantenne, vendeva a prezzi di saldo reperti etruschi.

Sarcofaghi a 1000 euro. Statue in terracotta a 2500. Bronzetti a 4000. E sconto d'occasione per le anfore, che potevano essere portate a casa con solo 900 euro.

L'altra è che ad Ardea, dopo decenni di ricerche, è stato finalmente ritrovato l'Aphrodisium, l'antico e misterioso tempio di Venere

scritto da Alessio Brugnoli alle 21:56 6 commenti

Racconto Ucronico



Andrea non voleva alzarsi. Pigro, si rigirava nel letto. Litigava con le coperte, che tentavano di affogarlo, come gorghi del Tevere. Dalle persiane, un raggio di luce lo infastidiva. Prendeva a pugni i granelli di polvere e lama di coltello, gli indicideva i lineamenti del viso.

L'aria fredda. Il rumore delle carrozza. I litigi di comari. La pendola, monotona. Tutto lo infastidiva e lo allontanava dal sonno. Del giusto, una volta avrebbe aggiunto. Ma dai tempi di Milano aveva smesso di esser presuntuoso. Il confessore, Padre Pucci, un vecchio scolopio rughe ed ossa, gli continuava a ripetere che la Giustizia non era di questo mondo. e Andrea, dentro di sè, sperava avesse ragione.

Con uno slancio si alzò finalmente dal letto. Diede uno sguardo ai ghirigori in ferro della spalliera. Un'occhiata distratta a stucchi ed affreschi, è proprio vero che nella vita ci si abitua a tutto, e si diresse verso il bacile di rame.

Si guardò, tra noia e sonno, allo specchio. Contò i primi capelli bianchi. I solchi sulla fronte e accanto agli occhi. Aprì il rasoio. L'appoggiò sul collo. Quanto sarebbe facile.

La barba scomparve, con ostinata lentezza. L'acqua fredda, sulle guance, sul collo e sulle tempie lo aiutò a riprendersi. Uno spruzzo di profumo. Il conte Tacchia gli aveva detto che quell'essenza andava di moda. Non è che lo facesse entusiasmare, ma si fidava di quel gagà. Si atteggiava a nobile, ma aveva più gusto di tanti Colonna e Borghese.

Si vestì e scese lentamente per lo scalone. La paglia attutiva ogni passo. Cominciava però a diffondersi un odore di marcio. Avrebbe dovuto dare ordine di cambiarla. E di chiamare quel maledetto antiquario. Gli aveva detto che un inglese avrebbe pagato a peso d'oro quelle statue dell'atrio, covo di ragnatele.

Il nonno del nonno, pazzo collezionista, aveva estirpato tante buone vigne, lì a Frascati, per tirarle fuori. E avevo troppi baiocchi. Fossere belle, almeno. C'era un modo migliore per dissipare il patrimonio. Le donne. Non di marmo, ma carne e sangue.

La cucina era il luogo più caldo del palazzo. Non a causa delle fiamme stanche nel camino. Un'allegra, lucente stufa americana. Papà era matto; appassionato di qualsiasi cosa avesse ingranaggi e puleggie. Eppure qualche volta aveva delle idee decenti.

Si sedette, affondando nei cuscini sulle panche. Sul tavolo marmellata, pane caldo, cioccolato, vin caldo. Fece il segno della croce. Cominciò a mangiare con avido gusto.

Gli si avvicinò Marta, la vecchia tatà:

"Buongiorno signore. Mi spiace per il latte. Il garzone degli Odescalchi non è ancora passato"

Andrea notò il sorriso forzato. Marta stava cercando parole. Problemi. Con i libri contabili. Oppure papà, che si era fatto spedire da Torino uno di quei trabiccoli rumorosi chiamati automobili, si era sfracellato contro qualche albero.

"Che c'è ?"

"Ecco..."

"Temporeggiando, mi fai soltanto arrabbiare"

"Un'ora è arrivato un valletto dalla Minerva. Ha dato questo"

Un busta gialla. Il sigillo di Marco. Del cardinal Colacchia, si impose di pensare Andrea. La apri. Riconobbe la grafia ampia e svolazzante, più rotonda del seno di una bella donna. Vieni subito. Conoscendo quanto fosse verboso il vecchio amico, di quanto odiasse andare subito al punto, si preoccupò. Smise di mangiare, con qualche rimpianto.

Corse nello studio. Guardò con invidia lo scrittoio, nascosto da rapporti, cartacce e schede perforate. Si allacciò la fibbia del mantello. Gli cominciava ad andar stretta. Doveva mangiare di meno. Mise in capo il cappello a cilindro. Scelse il bastone da passeggio con il pomello d'argento. Quello animato. Nascose uno stiletto nello stivale destro.

E si avviò verso il portone. Marta gli corse incontro, con una sciarpa.

"Signore, si copra, fa freddo"

"Grazie"

"Debbo dare ordine di preparare il pranzo"

"Ne dubito"

Andrea si infilò per via di Sant'Eustachio. Scanso un gruppo di goliardi, che si recavano a lezione alla Sapienza. Diede un'occhiata ad un paio di studenti dell'Accademia di Francia, troppo impegnati ad imprigionare sulla carta la guglia del Borromini. Non si stancavano mai di tracciare linee. Poi, a che servisse, da quanto avevano inventato il dagherrotipo. Su una cosa era d'accordo con suo padre. La pittura moderna faceva schifo. Quelle scene rubate da melodramma. I colori troppo nitidi. Le luci false. A Roma l'arte si stava fossilizzando. Viveva sui cadaveri dei propri antenati. Quando era stato a Parigi, lì aveva visto qualcosa di nuovo.

Da Sant'Eustachio si udì un'evviva. Un nuovo laureato. L'odore della cioccolata. Dallo squajo De Stefani. 'Na caracca, 'n bajocco. Tanto cacao, con un pizzico di cannella. Era tentato di fermarsi, ma se aveva imparato una cosa da Marco, è che odiava aspettare.

Un gruppo di bulli andò verso via della Palommella. Qualcuno si sarebbe accoltellato. Gli svizzeri avrebbero avuto da fare questo pomeriggio. La piazza della Rotonna cominciava ad animarsi. Il portone di bronzo della chiesa era ancora chiuso, ma i pastari cominciavano ad aprire le loro bottega. Una puttana bionda ricambiò il suo saluto.

Sorrise. Per una volta pensò al nonno. Alle storie che gli narrava portandolo a spasso. Le avventure di Pietro Baiardo, Negromante. Di come imbrogliò il demonio in punto di morte, salvandosi l'anima. Quello che faccio ogni giorno. Fottere Satana.

Si fermò un attimo sotto er purcino de Minerva. Si tolse i guanti, scaldandosi le mani con il respiro. Prese coraggio ed entrò nel palazzo dell'Inquisizione

Continua...

scritto da Alessio Brugnoli alle 21:54 3 commenti

giovedì, marzo 09, 2006

Poesia

Roma dormiva con le vene aperte
la stupenda carogna dell'abbandono
sembrava fatta a pezzi;
nei piazzali deserti,
nelle strade persino sgomberate
dal solito frastuono
delle macchine, ogni tanto una figura, due occhi senza vita
ci guardavano in faccia
e scomparivano fra le mura

Tolentino

scritto da Alessio Brugnoli alle 20:44 0 commenti

Racconti da Centocelle


La Tana era stata riaperta. O mejo, nun se chiamava più Tana, ma co' uno de que nomi sudamericani che vanno tanto de moda.

Però era venuto 'n lavoretto de fino. Li tavoli fichi. 'N arredamento che nun te dico. L'orchestra co' la musica dar vivo. Er privè, do' pe' rispetto a li clienti de antica tradizione, ci avevano piazzato. Prendemmo er menù. La bona notizia è che se volevi te cucinavano pure la pasta. La cattiva, li prezzi. Prima, 'na Corona costava quattro euri. Mo sei.

"Aho, già ce n'hai fatti tanti de sordi alle spalle nostre" commentò Righetto

"Vor dì che c'ha preso l'abitudine", rispose er Giamaica.

Continuarono a commentà l'aumenti, finchè nun venne la cameriera. 'Na biondona co' 'na gonna micro, che pareva uscita dar sito de Play Boy. Tutti smisero de lamentasse e tirarono fori er mejo sorriso idiota, tranne Cobra, 'mpegnato a messaggià. Un rhum, tre bire, du' pistacchi e nachos a volontà

"Allora Righè, t'è piaciuto Narnia ?"

"Bah, se te voi vedè 'n film do' parla de tutto... Cioè all'autore la Chiesa je dovrebbe fa' causa pe' plagio"

"E perchè ? "

"Giama', non è er Papa che c'ha li diritti d'autore su li Vangeli ?"

"Boh, nun me so' mai posto er problema"

"E che l'autore, che dar nome me pare quell'americano che correva 'na cifra, quello della pubblicità de la Nike, ha copiato pari pari dalla Passione, solo che a posto de Gesù Cristo c'ha messo 'n leone dar nome mezzo arabo. E' che nun me pare 'na cosa tanto rispettosa, nè pe' noi, nè pe li musurmani. E poi se volevo da annà a catechismo, me facevo vedè 'n parocchia, mica pagavo er bijetto der cinema ? E 'nvece Kinghe Konghe ?"

"Co' Vania nun se battè 'n chiodo"

"Questo lo sapevamo, ma io dicevo der filme"

"La storia la sai. Vai sur sicuro. Nun è che poi ce se possa 'nventà molto. Certo mitica è la scena in cui Kong mena ar dinosauro. Er mammifero superiore ar rettile. Er senso dell'evoluzione, alla faccia de Giurassic Parche. Puccio, je dici alla bona de portacce 'n po' de salsa piccante, che i nachos nun sanno de niente ? Aho, perchè stai così moscio ? "

"Ho litigato co' la donna ? Pe' la politica"

"E che pretenni... Lei è communista, mentre te voti er Berlusca. E mo pe' che avete discusso ?"

"Pe' la Popolare e la Biennelle "

"E a te che te frega... Mica c'avrai lì sordi da loro ?"

"No, Giamà. E' che so' dieci anni che dicono che voto 'n disonesto, un intrallazzatore... 'Na vorta che potevo rifà "

"'Nsomma, che li politici tua nun siano specchio de onestà"

"Lo so pure io; ma me rode che l'altri m'hanno rotto le palle dicenno quanto so' bravi e disinteressati, 'nvece de grattasse la rogna loro "

"Puccio, che nessuno è onesto te lo possò assicurà. Sapessi le richieste de sordi che me so' arrivate da la Sinistra nell'ultimi anni. Se so' salvati solo quelli de Mastella e de Rifondazione, che nun se so' m'hai fatti vedè. Ma nun è perchè loro so' ladri e l'artri so' santi. E che la Sinistra a Roma comanna. E chi amministra, amminestra"

"Giamaica, la politica costa. E noi in Italia semo così falsi, da nun volello ammette"

Cobra arzò lo sguardo dal cellulare. Aveva smesso de fa' l'amore co' l'essemmesse.

"Interverrò a sproposito, ma una cosa fatemela dì pure a me. In Italia l'abito nun fa er monaco, ma certo la posizione fa er miliardario"

scritto da Alessio Brugnoli alle 20:41 8 commenti

Sacconi Rossi



Nacque nel XVII secolo, la pia tradizione romana della cerimonia in suffragio dei morti affogati nel Tevere. Il 2 novembre, i membri della confraternita dei sacconi rossi si radunavano nella chiesa di San Bartolomeo e al tramonto si avviavano pregando, con le torce accese, lungo le rive del Fiume Biondo.

Lì la cerimonia si concludeva con la benedizione dell'acque e con il lancio di una corona di fiori. L'antica tradizione, interrotta con lo scioglimento dei Sacconi Rossi, è stata ripresa da una quindicina d'anni ed è impressionante vedere l'Isola Tiberina illuminata da infiniti lumini

scritto da Alessio Brugnoli alle 20:39 0 commenti

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