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venerdì, ottobre 28, 2005

Giannini



Giuseppe Giannini è stato il primo pezzo di Roma a cadere. Non si abbattono le statue in una città come quella, oggi si sbriciolano i calciatori come si faceva con i gladiatori. E' così come va il mondo lì: pollice in su una, due, dieci volte.Le folle, le urla, la popolarità; l'Imperatore che se la gode, pensando quanto sarà bello il momento della condanna. Il momento del pollice che va giù ed è la fine.

A Roma i giocatori di pallone li mettono all'ingrasso, gli gonfiano il petto di fama e di gloria, li adorano come Dei pagani, li fanno diventare grossi e belli come pavoni. Grossi e belli: la perfetta carne da macello.

Non c'è nessun altro posto così. E' la storia. Cambia soltanto lo scenario: il Colosseo è diventato l'Olimpico. E i derby sono el venationes: ti lanciano lì nell'arena in mezzo alle bestie feroci e ti devi arrangiare.

Giuseppe Giannini è finito così

Di Corrado

scritto da Alessio Brugnoli alle 16:39 2 commenti

A Veltroni



Onorevole Sindaco Veltroni
essendo lei troppo impegnato nel viaggiare, nell'inaugurare negozi e nello scrivere libri, immagino che abbia qualche piccola difficoltà nel leggere un misero blog.

Ma se mai capitasse da questi pizzi, vorrei farle una minima domanda. Perchè la sua omertà sul caso Medici ? Forse la paura di perdere la poltrona rende lecito ogni abuso da parte di Rifondazione ? Oppure, nonostante le sue professioni di fede kennediana, il suo dichiararsi non comunista a babbo morto, ritiene perfettamente lecito, se non encomiabile, il sequestro della proprietà privata da parte di chi ha sperperato denaro pubblico, destinato all'edilizia popolare, per finanziare i no global ?

scritto da Alessio Brugnoli alle 16:37 1 commenti

giovedì, ottobre 27, 2005

Racconti Centocellesi

La Tana era chiusa. Lavori di ristrutturazione. Il proprietario aveva deciso di ben impiegare tutti i soldi che gli avevamo portato l'anno scorso. Beppe, tra l'altro, gli aveva presentato una lista di modifiche richieste urgentemente dai clienti abituali: sedie più comode, schermo per le partite più grande, una maggior varietà di birre, non ce la facevamo più ad andare avanti a forza di Peroncini e Gran Riserva. E soprattutto, abiti discinti per le cameriere.

Per una sera avevamo deciso di essere alternativi: andammo al wine bar, vincendo le perplessità der Formica.

"All'Osteria ce va mi' nonno"

"E' un wine bar"

"Cambia solo er nome. La ciccia è la stessa"

Alla fine, eravamo tutti. Tranne Cobra, in lutto stretto perchè sedotto e abbandonato.

"A' Righè, ce stai a capì quarcosa ?"

"Niente, lo sai che vado avanti a Guinness. Damme la pinta mia, che te tiro avanti 'na settimana"

"Tu Bruscolì, non ce sai da' consigli. A casa tua beveno forte"

"Sì er vino de mi zio, che c'ha le vigne a Olevano. Se lo fa a casa, manco lo porta alla cantina sociale. Però chi ce capisce co' sti nomi strani. Ma che è un Muller Thurgau ? 'N giocatore der Bayer"

"Un vino tedesco, immagino"

"Ma se lì er sole lo vedono nei depliant dell'agenzie de viaggio... Te pare che se da quei pizzi cresceva la vite, se 'nventavano la birra, li crucci ?"

"E se je chiedessimo er vino de la casa"

"Sì, magare pure 'na gazzosa e 'n paro de etti de porchetta. E che ce semo attufati nelle fraschette d'Ariccia. Damose 'n contegno e nun famose riconosce "

Alla fine, sempre per non farci riconoscere, indicammo due vini a caso dalla lista, attenti a non esagerare sul prezzo. Per ammazzare l'appetito, ci portarono un piatto di salumi e di formaggi.

"Almeno se magna bene. Beppe, l'amico ce se murato vivo a casa ?"

"Righè,je presa brutta"

"Vabbè che vabbè, però pensa che faceva se aveva divorziato. Se 'nfilava da li frati trappisti, alle Tre Fontane"

"Almeno rimediavamo la cioccolata bona"

"Pure tu c'hai ragione. Però ce teneva alla donna sua. Aho, Bruscolì, nun te scrofanà tutte le coppiette"

"Je poteva di' peggio " bofonchiò a mezza bocca Bruscolino, troppo impegnato a masticare

"Lo sai che è successo a Cricche ? "

"Chi, Bruscolì ?"

"Er pennellone che quarche volta annava a giocà a calcetto cor Lena"

"Quello che ha fatto er botto co' la macchina e stava 'n coma"

"Bravo. E passame una de quelle sarsiccette. Te dicevo, stava 'n coma. E la moje gli ha messo le corna. E 'ndovina co' chi ? Cor dottore che lo seguiva. Tra l'altro Cricche era pure 'n coma vigile. Quei due je scopavano davanti e lui era cosciente de tutto. Nun se lamentasse l'amico tuo, che je poteva di'peggio"

"Sicuramente. Je chiedemo un altro tajere ?"

"Io so' d'accordo" intervernne er Formica. L'altri due annuirono, guardando i piatti vuoti.

"Te dicevo, ce stanno problemi più gravi nella vita. Li mutui, per esempio. Io so' pieno de buffi, pe' compramme casa. E nun so' a chi da i resti"

"Se famo la conta a chi c'ha più buffi per mattone, finisce a mezz'aria. Co' sti chiari de luna, se mai c'avrò 'n fijo, je lascerò in eredita più debbiti che appartamenti"

"Nun ve lamentate"

"Perchè, Righè" risposero in coro

"Perchè almeno un tetto sulla capoccia ce l'avete. Nun avete fatto la stronzata mia. La nuda proprietà. 'Na sarapica de novantacinque anni, che s'ostina a nun schiattà. Tutte le mattine je tiro 'n paio de bestemmie. Niente, pare che più moccoloni se pija, più guadagna 'n salute."

"vabbè, ma er tempo lavora a tuo favore. Per quanto altro po' resiste', attaccata alla pellaccia"

"Co' la fortuna che c'ho io, me sotterra. Continuate ancora a giocà ar lotto."

"Io ho smesso" disse er Formica

"E perchè ?"

"Pe' troppo rosicà. C'era un vecchiaccio malefico che veniva a giocà sempre prima de me. Te dirò. Lui li numeri li beccava sempre. Io mai. Allora 'na volta, ho copiato la giocata sua"

"Embè"

"Ho sbajato rota"

"Sempre mejo de me"

"Bruscolì, nun lo sapevo che giocavi"

"Ecco io me sogno mi' nonno"

"J'eri tanto affezionato"

"No, era 'n acidone bisbetico che da regazzina sapessi le bastonate che m'ha dato 'n capoccia. So' quelle che nun m'hanno fatto diventà bravo a scola. Altrimenti, altro che Einstein. Je stavo proprio antipatico. Comunque, un mesetto dopo er funerale, nun sai che festa che avemo fatto, m'ha cominciato a rompe i cojoni de notte. E a damme li numeri"

"Li numeri"

"Certo che li numeri. A Prodi li morti je possono di' dove stava sequestrato Moro e a me nun me possono consijia le giocate ar Lotto. Comunque nonno nun ce piava mai. Me lo faceva apposta, a famme spenne li sordi"

"Vabbè"

"E c'ho la controprova. L'unica volta che m'ero rotto e nun ho giocato, so' usciti tutti. Cinquina secca sulla rota de Roma. te l'ho detto, che e 'n 'nfame"

"Regà, smettemola, che qui ce pijano da ubriachi senza avè bevuto"

Arrivarono i bicchieri. Litigammo su chi doveva bere cosa. Almeno, però, il vino era buono

scritto da Alessio Brugnoli alle 16:08 7 commenti

Passeggiando per il Foro



Passeggiare nel Foro, alla ricerca di ombre. Sostare sotto l'arco di Tito, ricordando sonetti del Belli. Contemplare il tempio di Romolo, figlio di Massenzio, lacrima in pietra di un padre sfortunato. Cercare le monete fuse dagli incendi sul Marmo della Basilica Giulia. O leggere la falsa iscrizione in cui si dice che Vespasiano premiò con la morte Gaudenzio, architetto del Colosseo, affinchè in futuro una simile opera.

Storie. Leggende. Rovine. Questa è Roma, poesia di pietra.

scritto da Alessio Brugnoli alle 16:07 3 commenti

Donna Olimpia



Donna Ottavia. La "Pimpaccia di Piazza Navona" o il "Cardinal Padrone", trovò in Pasquino il pane per i suoi denti. Così l'appellò la voce del popolo di Roma

Chi dice donna dice danno,
Chi dice femina dice malanno,
Chi dice Olimpia Maidalchina
Dice danno, malanno, peste e ruina.

scritto da Alessio Brugnoli alle 16:05 0 commenti

La guerra di Castro



Se papa Paolo III aveva un difetto, era lo scandaloso nepotismo. Non contento d'aver affibbiato al suo parentado Parma e Piacenza, gli aveva ceduto anche parte dello Stato Pontificio. Infatto ne l 1547 i Farnese furono nominati duchi di Castro e Conti di Ronciglione, padroni di un territorio tanto fertile da da essere chiamato il "granaio di Roma"

E soprattutto di enorme importanza strategica: di fatto permetteva ai suoi feudatari il controllo della Cassia e dell'Aurelia, le principali vie di collegamento tra Roma ed il Nord

Urbano VIII decise di sanare questa situazione. O meglio di togliere tale Signoria ai Farnese, per darla ai Barberini. Odoardo Farnese, carico di debiti per la sua passione per la guerra, per il gioco e per le belle donne,si era ingolfato nei debiti ipotecando nei Monti di Roma le rendite del suo ducato nel Lazio.

I Barberini, in cerca di un'affermazione sociale che giustificasse il loro recente predominio, avevano proposto al duca di sollevarlo dalle strettezze finanziarie in cui si trovava in cambio del ducato di Castro e del matrimonio di suo figlio Ranuccio una figlia di Taddeo Barberini ed il pagamento della relativa dote

Il Farnese rifiutò. Per ripicca, quando il Duca si recò a Roma, il Papa si rifiutò di riceverlo. Da buon uomo barocco, Odoardo, offeso nell'onore, richiamò dallo Stato Pontificio il suo rappresentante diplomatico.

Le rappresaglie pontificie non tardarono a venire; infatti il 20 di marzo del 1641, violando i privilegi accordati ai Farnesi da Paolo III, si vietò con un editto la raccolta del grano dal ducato di Castro, che era formato dai paesi di Nepi, Capodimonte, Vesenzo, Teseo, Signeno, Morano, Ronzano, Arlena, Civitella, Valerano, Corchiano, Fabbrica, Borghetto e Acquasparta.

Le mancate rendite misero in difficoltà Odoardo Farnese nei confronti dei suoi creditori romani, che erano quasi giunti a chiedere il pignoramento del suo palazzo a Roma e la vendita in pubblica asta dei suoi beni e delle opere d'arte.

Il Santo Padre, ascoltate le lamentele dei creditori, intimò al Duca di Parma di provvedere al pagamento dei debiti e per garanzia mise sotto sequestro tutti i beni allodiali farnesiani. Odoardo Farnese non solo fece orecchi da mercante, minacciando di bastonatura chiunque osasse chiedergli soldi, ma per evitare sorprese, cominciò a fortificare Castro.

Urbano VIII allora gli intimò con un primo monitorio di sospendere i lavori: poichè il duca non obbediva, gli inviò una seconda intimazione fissandogli un termine di trenta giorni e minacciandolo della scomunica.

A Parma risposero picche. Il Pontefice allesti quindi un esercito di quindicimila uomini mettendolo sotto il comando simbolico del nipote Taddeo ed effettivo di Luigi Matteí e di Cornelio Melvagia

Castro fu conquistata l' 11 agosto del 1642. Poco dopo il Farnese veniva scomunicato e dichiarato decaduto da tutti i feudi e sul suo Stato veniva lanciato l' interdetto. Il 31 Agosto del 1642 i Veneziani, il granduca di Toscana e il duca di Modena si allearono con il Farnese, che invase sia la Romagna, sia il Lazio, occupando Acquapendente, la cui presa fece temere al pontefice addirittura un possibile nuovo sacco di Roma.

Urbano VIII tornò a più miti consigli; fu firmata una tregua e a Castelgiorgio cominciarono i colloqui di pace. Come segno di buona volontà fu chiesto ad Odoardo Farnese di ritirare le truppe. I Barberini, intanto cominciarono a fare il gioco delle tre carte: propose al Richelieu
per mezzo del Cardinal Spada, quello del palazzo con la galleria illusoria del Borromini, un'alleanza in cui dovevano essere inclusi il Farnese, i Medici, Modena e Venezia.

Lo scopo era la cacciata degli Spagnoli dal Napoletano; a impresa compiuta, il Farnese avrebbe
avuta la corona di Napoli, la Chiesa si sarebbe estesa fino a Gaeta, sul trono di Parma e Piacenza si sarebbe posto Taddeo Barberini, alla Toscana si sarebbero date le città marittime vicine, e parte del ducato di Milano sarebbe stato del duca di Modena e della repubblica di Venezia, il resto della Francia.

Ma era tutto fumo negli occhi; quando l'ultimo soldato di Parma lasciò lo Stato Pontificio, con un pretesto furono fatte fallire le trattative di pace il 26 ottobre 1642. Il duca era stato turlupinato; l'avanzata nel Lazio era stata vanificata e i pontifici avevano rafforzato le loro difese

Dopo alcuni tentativi dei ducali, falliti in partenza, per tentare di riconquistare Castro tramite spedizioni militari via terra e via mare, si giunse alla seconda fase del conflitto.

Gli alleati dei Farsene mossero le proprie truppe contro i barberiniani agli inizi del giugno 1643, dopo che Odoardo era già penetrato in territorio ecclesiastico, occupando Bondeno e Stellata. Alla fine, 10 maggio 1644, fu firmata la pace. I Farnese riottennero il loro ducato, ma dovettero rimborzare sull'unghia tutti i loro creditori.

Ma non era che il primo round. Innocenzo X, o meglio la sua ombra oscura, la cognata Donna Olimpia Maidalchini, decise di eradicare la spina nel fianco farnesiana. Nominò un vescovo di Castro, il padre Barnabita Cristoforo Giarda, non gradito al Duca di Parma.

Rinuccio Farnese, figlio di Odoardo, cadde nella trappola.Pagò due sicari,Domenico Cocchi di Valentano e Ranuccio Zambrini di Gradoli, che nei pressi di Monterosi uccisero l'ecclesiastico, con due colpi di terzarole.

Il 2 settembre 1649 fu occupata Castro; questa volta nessuno provò il desiderio di combattere. E Innocenzo X decise per una pace cartaginese, demolendo l'intero abitato, senza risparmiare nemmeno le numerose chiese, i conventi e i monasteri.

Sulle rovine fu sparso del sale e venne innalzata una colonna infamante con su scritto:

"Qui fu Castro"

scritto da Alessio Brugnoli alle 16:04 3 commenti

Er canaro della Magliana

Dopo 16 anni esce dal carcere Pietro De Negri, il "canaro della Magliana", condannato a 24 anni di reclusione per aver ucciso nel febbraio 1989, dopo averlo torturato, l' ex pugile Giancarlo Ricci.

E ancora ho i brividi nel rileggere come seviziò la vittima

scritto da Alessio Brugnoli alle 16:03 1 commenti

mercoledì, ottobre 26, 2005

Er papa tosto III



Fra ttutti quelli c'hanno avuto er posto
De vicaj de Dio, nun z'è mai visto
Un papa rugantino, un papa tosto,
Un papa matto uguale a Ppapa Sisto.

E nun zolo è da dì che dassi er pisto
A chiunqu'omo che j'annava accosto,
Ma nu la perdunò neppur'a Cristo,
E nemmanco lo roppe d'anniscosto.

Aringrazziam'Iddio c'adesso er guasto
Nun po' ssuccede ppiù che vienghi un fusto
D'arimette la Chiesa in quel'incrasto.

Perché nun ce po' èsse tanto presto
Un altro papa che je piji er gusto
De mèttese pe nome Sisto Sesto.

Così Belli ricorda Sisto V, passato alla leggenda popolare come

er Papa tosto, che non la perdonò manco a Cristo

Questo perchè, durante il suo pontificato, si sparse la notizia che, appena fuori Porta Maggiore, dove adesso c'è la Pantanella, un crocifisso aveva cominciato a piangere sangue. Ai romani, come sempre, venne la fregola del pellegrinaggio ed il proprietario del terreno dove avvenne il presunto miracolo cominciò a specularci sopra.

La notizia giunse alle orecchie del papa, cosi' anch'egli si reco' a prenderne visione. Superata la lunga fila di pellegrini sulla via Labicana, riusci a vedere l'immagine sacra.

Sisto V si fece portare un'ascia. Disse poi le seguenti parole

"Come Cristo ti adoro, come legno ti spacco"

Colpì il crocefisso con un violento fendente, mandandolo in pezzi. Al suo interno si trovo' una spugna imbevuta di sangue animale e una corda che, tirata, strizzava una spugna, facendolo sanguinare . Il proprietario del fondo fu immediatamente giustiziato

scritto da Alessio Brugnoli alle 11:17 0 commenti

Napoli e Roma




La Capria. Napoli condannata ad un tragica Commedia dell'Arte, con i suoi abitanti condannati a recitare eternamenti i medesimi ruoli. Senza speranza di liberarsi dalla Forma, dall'illusione dell'Eden Perduto.

Roma è vittima di una tragedia elisabettiano. Uomini e donne ridotti a parvenze, scossi ed incisi dal sentimenti più grandi dei lori miseri cuori. Il caos deforma ogni cosa ed il Tempo, che tutto vede e ti scopre contro il tuo volere, dissipa maschere ed illusioni.

scritto da Alessio Brugnoli alle 11:15 0 commenti

martedì, ottobre 25, 2005

E Alessio imparò a volare

Stamane ennesimo incidente sul Trenino della Casilina. Alla locomotrice si sono rotti i freni; non si è fermata ed il treno è andato a sbattere a piena velocità con il paraurti al termine della ferrovia.

Fortuna, solo qualche contuso. Il sottoscritto ha scoperto un incredibile talento circense come uomo proiettile, utile nel caso venga cacciato dalla consulenza.

Tutto è bene ciò che finisce bene. Ma cos'altro aspetterà la Cotral per investire sulla mantenzione dei Trenini ? La Strage degli Innocenti ? E non sono neppure convinto che basterà

scritto da Alessio Brugnoli alle 11:33 0 commenti

Ipse Dixit



Non l'avrei mai creduto. Nè potuto sognare, neanche per una visione indotta da indigestione oppiacea con delle complicanze peritonee. Neppure per sbaglio mi sarei detto che ai tassisti e a Veltroni sarebbe riuscito di farmi recitare Karl Marx, in totale e devota devozione.

Invece m'è successo. Un puro dono della memoria, sgorgato per illuminazione in un taxi, dove stavo in pace, dunque lasciavo allungare al conducente a suo piacere la corsa. Ritmavo nel torpore pomeridiano solo con brevi "Ah sì..." l'elenco che costui mi faceva dei suoi mestieri, indistinguibili per altro dalle sue aspirazioni. In tono da genio incompreso mi spiegava che lui anche suona e recita

"Pure alle notti bianche"

E me lo diceva benedicendo sindaco Veltroni:

"Nessuno ha fatto tanto pe' sta città dai tempi de' Roma antica" .

E allora, come nelle notti di Dostojevsky, inatteso è arrivato l'illuminarsi, che salda al tutto universo e dona visione sferica, fuori dal tempo, perfetta. Ingnostico istante ho rivisto i tre o quattro mestieri che il cameriere si bea di fare, male, il parcheggiatore che recita, la cubista arcaica e gli impiegati del ministero trainer otto ore nelle palestre. E ho perdonato tutti. Persino quella casalinga traviata che m'ha rigato la borsa, perchè non volevo comprargli certi fiori di carta che vende tra una prostituzione e l'altra. Ma non dico dove.

In luce eterna ho rivisto la sordida e corrotta plebe di Roma, e ho capito tutto: come Veltroni sia molto di più di un'anima umana. E' un'incarnazione archetipa. Di ogni fregnaccia: dirà il maligno.

In questa replica salace v'è a ripensarci, qualche verità, eppure ho visto ben altro,di più. Coi giornali egli ha avuto per primo il genio di renderli accessori delle cassette: proprio come ha reso Roma di nuovo accessoria alla sua plenbe: impresa riuscita solo agli imperatori romani.

Gli ignoranti lo chiamano terziario, ma negli occhi del tassista, che vanesio mi descriveva la sua arte, ho capito: era arcaico svago retribuito che asseconda la vanità. Pane e circhi, ecco cosa con canzonette, teatri e cinemini per tutti, il sindaco propugna: il ritorno alle plebi sussidiate degli antichi romani. Da moleste nel dovere di emendarsi le ha rovesciate in vanesia essenza perpetua.

Geminello Alvi

scritto da Alessio Brugnoli alle 11:31 0 commenti

Racconti Centocellesi



Ci trovavamo tutti al bar di Ermanno. A farsi una partita a bigliardo. A leggere a scrocco il Corriere, per le pagelle del derby. Insomma, siamo studenti, a malapena possiamo permetterci cornetto e cappuccino. Se dovessimo comprare i giornali, addio ricariche per il cell.

Entrò er Giamaica, sbadigliando. Ci guardò

"Aho, belli de casa, er Prof ve sta a cercà. Si nun entrate alla terza, viè' qua e ve porta a scola pe' le orecchie"

"Se ce desse compiti in classe fattibili.."

"Sì, magara co' le soluzioni dietro. A li tempi mia.."

"A' Beppe, se tu la scola manco l'hai finita", intervenne Bruscolino, che aveva adocchiato due del Botticelli

"E 'nfatti guarda come me so' ridotto"

"Co' due e tre officine e co' er portafoglio che te scoppia pe' li sordi"

"Certo che co' voi nun se pò discute"

"E poi, a mi' fratello Mario, quanno Cobra je faceva ripetizione, sai le volte che j'ha detto de fa sega, quanno nun era preparato"

"Sì, ma tu er libro nun l'hai manco mai aperto... Ah proposito, Carlè, di' a tu' padre che j'ho rifatto freno e frizione. Stasera se la passasse a prennè, che er catorcio suo m'occupa spazio"

Annuii. Poi, tanto per fargli smettere con le prediche, cosa a cui er Giamaica è particolarmente portato, provai a buttargliela sul calcio.

"Beppe, t'è piaciuto er derby ? Cobra ha smadonnato ?"

"No, Cobra nun è venuto. E' tornato tardi da Milano"

"E che c'è annato a fa ?"

"Pe' la Sma"

"Perchè se dedicato ar ramo Supermercati ?"

"No, la fiera dell'informatica. Poi era depresso. Problemi co' la donna"

"E chi nun ce l'ha. Tra l'altro manco sapevo che era fidanzato"

"Era, perchè a quanto pare j'ha dato er benservito. Comunque, parlando de' cose serie, manco io l'ho visto er derby"

"Ma se t'abbiamo visto annà ar pub. T'hanno cacciato perchè non hai consumato ? O perchè hai fatto troppo er simpatico co' le cameriere. O te sei ubriacato, approfittando dell'appi auar ?"

"No è stata colpa der Maori ? "

" E chi è ? Chi s'antitola così ? Mica è 'n soprannome che conosco"

"No è uno vero"

"Si, ma che è 'n Maori ?"

"Lo vedi che dovete annà a scola, 'nvece che nasconneve dentro ar bar"

"E non ricominciare"

"Tanto nun me volete da' retta. Quelli della Nuova Zelanda "

"Ah quell'uccelloni grandi e grossi, che ogni tanto fa vede' er fijo de Piero Angela. Ma nun s'erano estinti ? E che ce stavano a fa' dentro a un pub ? Nun è che co' 'sti chiari de luna, visto che va de moda, te sei messo a pippà coca pure te ?"

"None, l'uccelli so' li Moa. Li Maori, so' l'abborigeni "

"Ammettendo che l'abbia visto veramente, come fai dire che quello era un Maoro e non per esempio er vicino de casa mio ubriaco ?"

"Perchè una volta ar Broadway so' stato a vede' Once upon a warrior. Che filmone."

"Non lo conosco.."

"'Nsomma. Stavamo tutti concentrati a cantà Roma, Roma, Roma, core de 'sta città. Sentimo un passo pesante. Un grido. Ce giramo me dije statte bono. E ce trovamo davanti 'n accrocco. Ma grosso pe' esse grosso. Tutti muscoli. Vestito de pelle. Cor cappello, che pareva quello de Davy Crockett. Er viso, poi. Coperto de tatuaggi. Quelli tribali. Dovevano metteme paura. Famme senso. Però eravo veramente belli. 'N quadro che cammina. Se nun ce credi, poi pure chiede a l'altri che stavano a beve birra... Poi a cominciato a fa' gesti strani co' le braccia. A batte li piedi pe' terra. A fa' le linguacce ar maxi schermo. A gridà cose strane, der tipo Uacca muaca nana i tichi mai vacauiti te ra o quarcosa de molto simile. Me venivano li brividi a sentillo. E se messo a sedè. S'è preso 'n peroncino. Tutto er tempo seduto. Nun ha detto nè a, nè bi. Però ogni tanto soffiava, come er trenino accanto ar semaforo. E noi tutto er tempo a vedello"

"E lui ?"

"'Ndifferente"

"Ma non gli avete chiesto niente"

"E chi c'ha avuto er coraggio. Metti caso che je piavano cinque minuti. Quello ci ammazzava a pizzettoni"

Entrò er Prof, Fece due gridacci. E noi tornammo al D'Assisi. A capo chino. Mentre uscivamo vedemmo andare verso il bar un uomo alto. Moro. Con il viso tatuato

scritto da Alessio Brugnoli alle 11:30 0 commenti

venerdì, ottobre 21, 2005

Er papa tosto II



Ai tempi del Rinascimento, il Colosseo non era il monumento che conosciamo. Isolato dalla città, in una campagna deserta. Circondato dai rovi. Con i suoi ruderi coperti da alberi e cespugli.

Non era che un covo di ladri e di banditi. Una sera Sisto V decise di visitarlo. Come era sua abitudine per girare in incongnito nella città, si travestì da eremita portando sotto al mantello una grossa fiasca di vino.

Giunto all'Anfiteatro Flavio, trovò i banditi. Chiese loro di lasciargli trascorrere la notte in quel luogo, per pregare la memoria dei martiri.

Non gli fecero alcun problema. Anzi, stavano arrostendo carne al fuoco. E per preparare la cena, rischiavano di non potersi dedicare alle loro razzie quotidiane.

Quindi misero l'eremita a girare lo spiedo, in cambio dell'ospitalità. Mentre si dedicava con impegno al compito, il papa continuava a borbottare

"non può durare in eterno"

La cena era pronta. I briganti si sedettero in circolo attorno al fuoco. L'eremita divise le porzioni. E in sovrappiù offrì da bere. Tutti cominciarono a mangiare di gusto. Il vino era buono. La notte dolce.

Il sonno lentamente accolse tutti, tranne il papa. Il vino era drogato. Sisto V si allontanò. Fece un fischio agli svizzeri, nascosti tra l'arco di Costantino e quelli di Tito. All'alba, i banditi già decoravano il capestro

scritto da Alessio Brugnoli alle 12:13 0 commenti

giovedì, ottobre 20, 2005

Er papa tosto



12 Aprile 1585. Muore papa Gregorio XII. Si apre il conclave. I cardinali filo francesi guardano i cagnesco i filo spagnoli. Il silenzio è rotto dai lamenti del cardinal Peretti. Si dice che sia gravissimo. Che non veda il nuovo anno. Lo hanno portato in barella nella Sistina. Tossisce. Sputa catarro. Trema di freddo.

Passano i giorni. Si alternano le votazioni. Inconcludenti. Il popolo rumoreggia. Il re Cristianissimo si lamenta. Sua Maestà cattolica dice di far presto. I cardinali discutono senza costrutto. Litigano, lontani da ogni compromesso.

Alla fine guardano un malato in barella. Se dura due mesi, è grasso che cola. Facciamo felice un moribondo. Guadagnamo giorni per un onesto accordo, che non scontenti nessuno. Così sussurra lo Spirito Santo.

I voti si concentrano sul cardinal Peretti. Habemus Papam. Una terribile risata scuote l'aria. Sisto V si alza in piedi, con un agile balzo. E un grido

"V'ho fregato, eh. M'ho so' Papa io e m'ho papeggio"

E così cominciò il quinquennio der Papa Tosto

scritto da Alessio Brugnoli alle 14:35 0 commenti

Nolli online



Uno dei frutti del fervore intellettuale della Roma di Benedetto XIV, madre del Neoclassicismo, fu la Pianta di Nolli, a cui collaborò anche il giovane Piranesi.

Pianta che,realizzata su 12 piatti di rame, oltre a fornire un'immagine globale e dettagliata della Città Eterna, innovò totalmente i criteri base della cartografia urbana, introducendo convenzioni in uso ancor oggi, come la visione piana a posto di quella rinascimentale a volo d'uccello, che implica una visuale obliqua, o l'angolo di orientazione sulla direttiva Nord - Sud, rispetto a quella tradizionale Ovest-Est

In particolare, il calcolo dell'asse Nord-Sud fu ottenuto utilizzando la meridiana di Santa Maria degli Angeli, incisa nel pavimento marmoreo nel 1702 dal gesuita Francesco Bianchini, tra l'altro scopritore di Pompei.

L'Università dell'Oregon in questi giorni ha deciso di onorare l'operara di Nolli, pubblicando sul web la sua versione interattiva, che oltre alle solite funzioni di navigazione, permette, con l'utilizzo di Google Earth, il confronto tra volto antico e moderno dell'Urbe

scritto da Alessio Brugnoli alle 14:33 0 commenti

mercoledì, ottobre 19, 2005

Così faccio contento er turco

'C'e' un grande gruppo chimico europeo che vuole la Lazio': lo annuncia l'ex centravanti ed ex presidente del club, Giorgio Chinaglia. '

Long John' assicura: 'Non so se Lotito vuole cedere o meno, questo bisognerebbe chiederlo a lui. L'unica cosa che posso dire e' che l'interesse c'e' ed e' forte, ma non posso fissare tempi, perche' non li conosco. Comunque, posso garantire che si sta parlando di un investimento iniziale che va dai 300 ai 500 milioni di euro'.

Commento personale mio e der Giamaica: ma chi è così fesso ?

scritto da Alessio Brugnoli alle 14:36 0 commenti

Er gallinaro de Traiano



Noi romani siamo pessimi. Giriamo per la città e guardiamo con noia luoghi che altri non smetterebbero mai di contemplare. Abituati all'Eterno, ne siamo indifferenti.

Ed è un atteggiamento antico. Nell'archivio capitolino si trova scritto

"Nella Congregazione tenuta in Campidoglio il 14 giugno 1701 fu risoluto che si intimi al custode della colonna Trajana che levi da detta colonna e suo recinto le galline che ci tiene, per non essere cosa decente"

scritto da Alessio Brugnoli alle 12:01 0 commenti

Racconti Centocellesi



Stavamo tutti ar parcheggio. A aspettà quello sciroccato de' Cobra. Aveva mannato sms a cani e porci, pe' 'na birretta. Alle nove e mezza, me raccomanno, che sete li soliti ritardatari. Erano 'n quarto alle dieci e nun se vedeva manco l'ombra,

"Beppe, pe' me ce da sola"

"Boh, nun è tipo"

"Certo che da quanno s'è innamorato ha spento er cerebro. Passa er tempo al cellulare, a fa pucci pucci co' la donna"

"Contento lui. 'Nvedi 'sto manifesto elettorale. Che ber faccione che c'ha Prodi. 'N sorriso "

"Specie dopo domenica"

"Certo che quattro milioni de cristiani so' tanti. Altro che Mussolini a Piazza Venezia. Tu hai votato ?!

"Ma se so' de Destra. E poi te pare che io je vado a regalà un euro pe' mette' la croce mia su 'na cosa che hanno già deciso. Essè fessi si, ma no sino a 'sto punto "

"Er solito purciaro. Mica Prodi c'ha li sordi der Berlusca. A qualcuno li deve pur chiede"

"Poraccio, è deperito. Dalle mascelle, nun me pare che sta a schiattà de fame. E poi ce vive lui in castello vicino a Bologna. Mica io o te"

"E tu credi a 'ste fregnacce ?"

"Veramente l'ho lette su Repubblica. Nun me poi dì che quanno parla delle ville der Berlusca, legge er Vangelo dar pulpito e quanno parla de li castelli de quell'altro, je cresce er naso come Pinocchio. E poi te racconto questa, de quello che me è successo domenica, sempre parlando de primarie"

"Ma mai quanto quello m'è capitato... Comunque dimme tutto"

"Ero andato a trovà mi' nonno ar paese. Stavamo a godesse in piazza. Davanti ar bare, c'era chiostro dell'Unione. Tipo quello de li bibitari. Se ce mettevano la porchetta cor vino sfuso pareva de 'sta a Ariccia. Te assicuro, cascasse er monno, che nun c'era 'n anima a votà. Pareva che alla gente je facesse schifo annaje vicino. Allora er Sindaco, che è della Margherita, se avvicina a mi' nonno. Lo chiama.

A sor Gigè, lo so che è de Aenne, che nun la pensa come noi, ma pe' pietà e misericordia, venga a votà, sinnò che figura ce faccio, se me presento co' le urne vote. Ho fatto 'no squillo a quelli der paesello accanto. C'hanno già tremila voti.

E mi' nonno je risponne

Ma che me voi cojonà ? Se lì, contando somari e gallinacci, arriveno a malapena a cinquecento capocce. L'altri voti da do' so' nesciti fora

Er sindaco allarga le braccia

E me lo chiedi a me ? Saranno stati turisti de passaggio !!!! "

"E poi ? "

"Nonnemo se messo 'na mano sulla coscienza. Je faceva pena quer poraccio. E' annato a votà. Ma er sindaco je s'è avvicinato

Compà, te posso chiede 'n antro favore.

Che te devo fa votà nipotemo, je risponne l'avo mio.

Nun proprio. Se er voto lo potesse da' a Prodi. Cioè se esce Mastella o Bertinotti, pare brutto.

E vabbè, però l'euro nun lo metto. E tanto che ce stai, offrice pure l'aperitivo"

"A bello, te stai a lamentà te. A me nun m'hanno fatto proprio avvicinà ar seggio"

"E come po' essè ?"

" Mo te dico. Pe' prima cosa, domenica mattina so' annato a messa. Poi so' stato ar seggio. Me stavo a avvicinà, pe' sottoscrive questo e quest'altro, quanno me s'avvicina n mucco brutto. 'N barbaciano che s'è scordato er significato della parola doccia. Me squadra.

E tu che voi ?

Che domanda der cazzo, sto' ar seggio delle Primarie. A votà, mica a giocà a ruzzica giapponese, je risponno

Quello se spidocchia la barba.

Ah bello, sciaquate la bocca, prima de parlà. Ma chi te conosce, chi t'ha mai visto in sezione. Così ha riaperto la bocca pe' daje fiato

Ma veramente so' primarie aperte, l'ha detto pure la televisione, provai a ribatte.

Bella questa e sto somaro crede a tutte le balle della Tivù. Ce stanno cose che se dicono e cose se fanno. Se facessimo votà cani e porci, come potremmo controllà er risultato.

E me fece segno de annammene.

'Ntanto Fulvio, quello dei Diesse, e daje che piava schede, metteva croci sopra e le 'nfilava dentro l'urne."

"E tu che hai fatto ?"

"Je volevo partì de capoccia. Poi ho pensato. A che serve la scheda mia, se ci sta chi vota pe' me, pe' mi padre, pe' mi madre e pe' le bonanime de mi' nonno e de mi nonna"

Sentimmo 'n moccolone. Poi 'n antro. Era Cobra. Tutto sudato, co' la cravatta intorcijata. Ce salutò.

"Dateme dieci minuti"

scritto da Alessio Brugnoli alle 12:00 5 commenti

martedì, ottobre 18, 2005

Villa de Sanctis



Domenica pomeriggio. In macchina con Marco, per andare al solito centro commerciale. Le chiacchiere ci fanno compagnia. Sulle scelte della vita. Sui miei problemi sentimentali. Tra uno sfogo e l'altro, salta fuori la storia del mio blog.

"Col Turco navigavamo su Internet, quando gli ho detto di andare sul sito tuo. Ho letto qualcosa, ma te la cavi. Sicuramente scrivi meglio di quanto dipingi. Il che non ce vole molto "

Arrossisco. Marco se ne accorge.

"Ma che ti dispiace se la gente va sul sito tuo "

"E che non sono abituato ai complimenti"

Mento con leggerezza. E' difficile spiegare il disagio. Quasi ridicolo. Non che mi vergogni; i miei amici conoscono tutti i lati del mio carattere. Mi hanno visto fare cose peggiori del postare. E'che inconsciamente ho visto i miei amici e lettori del blog come insieme disgiunti. Vedere la loro intersezione mi sorprende.

"Però ti debbo fa' un appunto. Di tutto quello che scrivi, mai una riga sul quartiere"

E passiamo a parlare d'altro. Anche in questo Marcolino ha ragione. Perchè non parlo mai di Villa de Santis. Su molte cose non ho nulla da dire. In questo caso, invece, ne ho troppe.

Chiudo gli occhi. Mi si accavvallano davanti infinite immagini. Si inseguono. Vive. Sfuggenti. Mercuriali.

Provo a tradurle in parole. Non rimangono che smorte ombre. Per quanto possa essere bravo, per quanto possa impegnarmi, non renderò mai pienamente la vita che brulicava per la casette di via Isola Liri. Gli odori. Le risate. I colori. O lo stupore quando sorsero improvvise travi prati le nuove case, senza nulla.

il buio della notte. Profondo, con le luci della Casilina che carezzavano l'orizzonte. E qualche stella persa in cielo. La gioia quando giungeva la pioggia. Il coprirsi le scarpe buone con le buste di plastica, per non sporcarle, ci pareva il più divertente dei giochi. O le galline che passeggiavano tranquillo, dove adesso passiamo le serate a bere birra o spettegolare.

O gli scheletri degli hangar, dove adesso sorge la centrale telefonica, che con le loro ombre e rovine parevano più misteriosi di qualsiasi giungla. O le messe ascoltare in un garage o in una baracca di legno. I fucili fatti con un bastone, due chiodi, un elastico ed una molletta. La caccia alle lucertole. E a chi mi chiedesse cosa avessi provato nel turturarle con spilli, nel farle saltare in aria con le miccette o nell'ustionarle con lenti d'ingrandimento, non saprei cosa rispondere

O la rabbia dei nostri genitori, quando protestavo in Piazza del Campidoglio per avere un quartiere dignotoso ed il sindaco che si rifiutava di riceverli. Le assemblee che terminavano all'alba. Le partite a calcio nei prati, con damigiane di vino come pali. Le spaghettate, quando, perso il conto dei gol, nessuno aveva più idea di chi avesse vinto.

Troppe cose. Narrandole, le svuoterei di vita. Quindi preferisco tacere

scritto da Alessio Brugnoli alle 11:22 0 commenti

Pensieri

Roma è una rete d'oro di poesie

scritto da Alessio Brugnoli alle 11:21 0 commenti

lunedì, ottobre 17, 2005

San Silvestro e il Drago

ll tempio dei Dioscuri. Tre colonne rimangono in onore di colori a cui romani attribuivano la vittoria di Lago Regillo. Colonne alla cui ombra, al tempo di Cesare erano affaticati gli impiegati dell'ufficio dei pesi e delle misure.

Luogo che nel Medio Evo divenne sede di leggenda. Si narrava infatti che le sue rovine fossero la tana di un enorme drago, assassino di romani e ladro di tesori. I coraggiosi che provavano a sfidarlo morivano, soffocati dall'alito pestifero, finendo nelle sue fauci

Tutti volevano abbandonare la città. Papa Silvestro decise di sfidare il mostro, armato unicamente di un filo di seta e di crocefisso. Si recò di sera al Foro, mentre i romani, previdenti, si erano riuniti nel patriarchio lateranense, a litigare sul suo successore.

Il papa si avvicinò alle colonne. La terrà tremò. Si udì il rumore di dieci troni. Furente, dall'abisso sorse il drago. Silvestro alzò la croce alla luce della luna. Sussurrò un Pater. Non successe nulla. Poi un'Ave Maria. Il mostro si fermò, intorpidito.

Il papa lo legò con il filo di seta. Ed utilizzando come mazza il crofisso, uccise il drago. Lo stesso uso, da oggetto contundente, che ebbe in Laterano, sulle teste dei romani scettici sull'esito del confronto.

E per ricordare la vittoria della fede, fu eretta la chiesa di Santa Maria Liberatrice

scritto da Alessio Brugnoli alle 11:46 0 commenti

La morte d'Augusto



L'ultimo giorno della Vita continuò a chiedere incessantemente se ci fosse qualche protesta che lo riguardava. Poi, facendosi portare uno specchio, si fece pettinare con cura e aggiustare la mascella cadente.

Dopo di chè, chiamati gli amici, e chiedendogli se gli pareva se avesse interpretato a dovere la sua parte d'attore sul palcoscenico della vita, gli recitò i versi:

"Siccome ho ben interpretato la mia parte, battete dunque le mani e congedatemi dalla scena con un bell'applauso "

Svetonio, descrivendo la morte d'Augusto

scritto da Alessio Brugnoli alle 11:44 0 commenti

Racconti Centocellesi

Guarda quella villetta, è de Ricciardetto. Me ricordo quanno comprò la tera; se fece l'asta cor cerino. Me sa che sti tempi nun se usa più. Se prendeva er cerini. Se accenneva. E se rilanciava finchè nun era tutti bruciato.

Quanno Ricciardetto parlò, non fiatò più nessuno. Lo credo, era er peggio boiaccia de Zagarolo e Artena. Er fratello no, nun era sanguinario. Era, come se po' di', 'n ladraccio de fino. Eppure nun solo se presero l'amnistia, ma lo Stato je diede pure la medaja d'oro . Come partigiano. E se la meritò pure.

Hai studiato a scola quanno li marocchini sfonnarono alla Valle der Salto, che fecero alle donne e li a bambini peggio delle bestie. E 'n tutti st'anni er governo loro manco s'è degnato de chiede' scusa.

'Nsomma, li profughi che scappavano a Roma parlaveno de Gogghe e de Magogghe. Lo seppe pure Ricciadetto. Abbisogna prenne provvedimenti, pensò.

Se organizzò co' quelli della banda sua. Appena entrarono lasciarono le donne a un bar, arcune, se diceva, erano proprio belle fijole. Se appostarono, co' li fucili spianati.

I mucchi brutti arrivarono. Scesero dalle jeep. Videro le donne. Se fionnarono dentro più de corsa che de paura. Ammazza quanto erano infojati.

E Ricciardetto l'impallinò come palombacci. Poi aspettò er turno successivo. Alla fine, ne fece fora più de 'n centinaro.

E quanno li francesi, sulla strada de Artena trovarono sei ceste de teste de moro, cambiarono idea e fecero fermà li sordatacci coloniali loro

Questo si narra. Forse leggenda; ma quando la Realtà si dissolve, non rimangono che le Storie

scritto da Alessio Brugnoli alle 11:44 0 commenti

venerdì, ottobre 14, 2005

La memoria Giocosa

Qualche tempo fa, fui invitato a cena della ex di un mio amico, di professione pittrice, che abita al Pigneto. Già, perchè qual quartiere, una volta malfamato, è ormai divenuto uno dei luoghi preferiti dagli artisti romani.

Mi accompagnava er Giamaica. Per scommessa o per follia, decidemmo di farci una lunga, lunga passeggiata da Centocelle a lì. E in più, non passammo per la Casilina, ma decidemmo di perderci tra vie e vicoli poco battuti.

Data la nostra leggendaria fortuna, cominciò a piovere. Per evitare di far la fine di due pulcini, ci rifuggiammo sotto un cornicione. E scoprimmo un'insegna. La Memoria Giocosa. Museo storico Didattico di Giochi e Giocattoli del Novecento.

"Ah Cobra, ma che è ?"

"Un museo"

" Guarda che c'ero arrivato. So' 'gnorante, mica cecato. Ma tu che sei istruito, lo sapevi di st'accrocco"

"Boh, mica ce bazzico da 'sti pizzi. Lo sai che te dico, domani vado a vedè de che se tratta"

"Quasi quasi me aggrego"

"Ce sto a crede'. Guarda che a spiovuto. Famo tardi, che la pasta scoce"

E il giorno dopo ci presentammo, gli unici due visitatori. E scoprimmo un gioello. L'allestimento splendido. Un'ampia biblioteca. Persino un teatro.

Girammo per le sale. Vecchie radio. Antichi flipper. Le copertine della Domenica del Corriere. Un enorme paesaggio ferroviario, di 27 metri quadrati. Trenini che vagano fischiando tra gallerie e passaggi a livello, fermandosi alle stazioni, costeggiando fabbriche, alberi e case.

Alle elementari avevamo qualcosa del genere. Lo montava a Natale il vecchio bidello, sotto l'albero. E noi bambini passavamo le ore a contemplarlo, sognando viaggi.

Pinocchi. Libri animati. Giochi da tavolo. Tricicli. Monopattini. Il modellino del Caproni di Francesco Baracca, che veniva costruito negli hangar di via dei Gordiani, dove adesso c'è il pub che fa da seconda casa a tutta la mia banda. Ottovolanti. Case di bambola, ibseniane. Una scacchiera, dall'oscuro segreto. Nel re e nella regina, una nicchia, per nascondere la coca.

La ricostruzione di un castello di Baviera, con Sissi e Cecco Peppe. La stazione di Norimberga, con un trenino a molla. Una cabinovia, mossa da una macchina a vapore.

E le automobiline. Il modellino dell'Alfa Romeo P2, con cui Ascari vinse nel 1925 il terzo Gran Premio di Europa a Spa. Un'auto perfetta. Durante quella gara, il pilota italiano si fermò addirittura per fare uno spuntino. Ripartì, doppiando tutti. E a Montlèry, Gran Premio di Francia, Ascari raggiunse l'Infinito.

O le prime Ferrari. Dovetti allontanare a forza er Giamaica, ma rimasi ipnotizzato dai soldatini. Infine ce andammo all'ora di chiusura, ridendo come bambini

scritto da Alessio Brugnoli alle 11:32 0 commenti

giovedì, ottobre 13, 2005

Ferro di Cavallo



Palazzo Ferro di Cavallo, il cui nome dice tutto sulla sua forma, è la sede della scuola di Belle Arti. Tutte le volte che passeggio per via di Ripetta, lo guardo con rimpianto. Penso a quanto mi sarebbe piaciuto diventar pittore. E alla pigrizia, alla mancanza di occasione, volontà e talento che me lo hanno impedito.

Il palazzo è brutto; eppure ho sognato di perdermi tra le sue stanze, tra chine e colori. E mi consolo ricordando storie.

Le satire sull'architetto Camporese, che si arricchì rubando sulla calce e sul mattone. O sull'incontro tra Gregorio XvI con una madre beghina. Il palazzo infatti, mise in allarme tutti i moralisti ed i bigotti della zona, per paura che pittori e modelle nude più che all'Arte pensassero a dar scandalo.

A capo della protesta ci fu una certa Piacitelli, che con le figliole, tutte in età da marito, si fece trovare con il mattarello dinanzi al Papa Re, nel giorno dell'inaugurazione di quello che doveva essere la nuova sede dell'Accademia di San Luca

" Santità, sarvate le reazze mie ", gridò a gran voce.

E Gregorio XVI l'accontentò, facendo murare le finestre dell'Accademia che guardavano verso casa Piacitelli, in modo che le ragazze non fossero indotte in tentazione.

E come finì ? Tutte trovarono lavoro come modelle per le lezioni di Nudo

scritto da Alessio Brugnoli alle 12:14 0 commenti

La scoperta dell'America



Te basta a dì che lì in quella foresta,
Capischi? Le piantine de cicoria
Je 'rivaveno qui, sopra la testa.

Eh, quelli, già, se sa, sò siti barberi:
Ma tu, invece de ride, pïa la storia
E poi tu viemme a dì si che sò l'arberi

Ché lì l'arberi, amico, o callo o gelo,
Be', quelli da li secoli passati,
Da che Domineddio ce l'ha piantati
Sò rimasti così, quest'è vangelo.

E lì, cammini sempre in mezzo a un velo
D'un ciafrujo de rami, intorcinati
Co' l'antri rami, che te sò 'rivati
Che le punte, perdio, sfonneno er cèlo.

E l'erba? Sta intrecciata così stretta
Che 'na persona, lì, si vò annà avanti,
Bisogna che la rompe co' l'accetta.

E poi che rompi? Si!... Ne rompi un metro;
Ma all'urtimo bisogna che la pianti,
Ché lì fai un passo avanti e cento addietro

Ma poi nun serve a dille tutte quante!
La gran difficortà de quella sérva
È che tu, framezzo a quelle piante,
Tu 'gni passo che fai, trovi 'na berva.

E li, capischi, ce ne trovi tante
Come stassero drento a 'na riserva;
E ce bazzica puro l'eliofante,
Che sarebbe er Purcin de la Minerva.

Eh, p'annà lì bisogna èssece pratico,
Perché poi, quanno meno te l'aspetti,
C'è er caso d'incontrà l'omo servatico.

E quello è peggio assai de li leoni;
E quello te se magna a cinichetti,
Te se magna co' tutti li carzoni.

- E quelli? - Quelli? Je successe questa:
Che mentre, lì, framezzo ar villutello
Cusì arto, p'entrà ne la foresta
Rompeveno li rami cor cortello,

Veddero un fregno buffo, co' la testa
Dipinta come fosse un giocarello,
Vestito mezzo ignudo, co' 'na cresta
Tutta formata de penne d'ucello.

Se fermorno. Se fecero coraggio...
- A quell'omo! je fecero, chi séte? -
E, fece, chi ho da esse? Sò un servvaggio.

E voi antri quaggiù chi ve ce manna?
- Ah, je fecero, voi lo saperete
Quando vedremo er re che ve commanna

E quello, allora, je fece er piacere
De portalli dar re, ch'era un surtano,
Vestito tutto d'oro: co' 'n cimiere
De penne che pareva un musurmano.

E quelli allora, co' bone maniere,
Dice: - Sa? Noi venimo da lontano,
Per cui, dice, voressimo sapere
Si lei siete o nun siete americano.

- Che dite? fece lui, de dove semo?
Semo de qui, ma come sò chiamati
'Sti posti, fece, noi nu' lo sapemo. -

Ma vedi si in che modo procedeveno!
Te basta a dì che lì c'ereno nati
Ne l'America, e manco lo sapeveno

Pascarella, da la Scoperta de l'America

scritto da Alessio Brugnoli alle 12:12 0 commenti

mercoledì, ottobre 12, 2005

Leone X e Agostino Chigi



Venerdì 30 Aprile 1518. Agostino Chigi offre il suo solito pranzo a Leone X, in un padiglione appena edificato, progettato da Raffello Sanzio.

Tappeti ed arazzi rendono il salone magnifico. L'abbondanza e la ricchezza delle vivande, tutte a base di pesce, sorprende gli ospiti. I piatti d'argento, come tradizione, dopo esser stati usati vengono gettati nel Tevere.

Le malelingue romane, invidiose, sussorrano che reti distese impediscano alla corrente di portarli via. Papa Medici, sorridendo, dice al banchiere:

"Vergognati Agostino, che amico sei; mi avevi promesso un'accoglienza umile, famigliare e modesta. Quindi non mi sono acconciato degnamente. E mi sono trovato davanti il banchetto di un principe"

Ed il Chigi risponde

"Santità, ti sbagli, l'amicizia è dimostrata dalla modestia del luogo in cui ti ho ricevuto"

Sposta i tendaggi. E alla parete appaiono delle mangiatoie. Raffaello aveva infatti progettato delle Scuderie

scritto da Alessio Brugnoli alle 15:20 0 commenti

martedì, ottobre 11, 2005

Addio Sergio




Oggi ad Ostia è morto Sergio Citti, l'ultimo testimone della Roma di Pasolini. Lui e Pier Paolo si erano conosciuti a Ponte Mammolo, quando l'artista vagava per borgate, cercando di catturare l'anima di una città.

E cominciò la collaborazione: come Virgilio con Dante, Sergio guidava Pasolini per la strade e per i cuori della Periferia, insegnandogli la lingua ed il pensiero di un popolo diseredato.

Divenne regista. Fuggì a Fiumicino, perseguitato dal peso della vecchiaia. E ora lo immagino a chiacchierare con il vecchio amico, raccontandogli le storie e le leggende di Borghetto Gordiani

scritto da Alessio Brugnoli alle 14:45 0 commenti

Primarie

Dato che questo, quando me ne ricordo, è anche un blog di servizio, ecco dove si vota e come si vota per le Primarie dell'Unione. Perchè si vota, è affar vostro

scritto da Alessio Brugnoli alle 14:42 0 commenti

Raffaello e Michelangelo



Sulla rivalità tra Raffaello e Michelangelo, come su quella tra Bernini e Borromini, sono fiorite centinaia di leggende.

Si racconta ad esempio che l'Urbinate, mentre dipingeva la Galatea alla Farnesina, fosse così geloso del suo lavoro, da chiudere a chiave la stanza, per evitare che estranei lo vedessero. La serratura era stata fatta da un fabbro milanese, che lavorava anche per il Tesori Pontificio e le sue opere erano considerate inattaccabili. Soltanto volando dall'alta finestra si poteva entrare.

Michelangelo moriva di curiosità. Grazie a Sebastiano del Piombo, noto frequentatore di equivoche compagnie, conobbe uno dei più rinomati ladri e scassinatori di Roma. Lo pagò 100 scudi.

Travestiti da pescatori, presero una chiatta; all'epoca, mancando i bastioni, i giardini della villa di Agostino Chigi giungevano sino alle spiagge dorate sulla riva del Tevere. Lì sbarcarono di nascosto. Silenziosi, tra ombre ed alberi, si avvicinarono all'edificio del Peruzzi.

In un paio di minuti, la serratura fu forzata. Il Buonarroti salì sulle impalcature e ammirò con pace e tranquillità il lavoro di Raffaello. Poi o per prenderlo in giro per la sua mania di riservatezza o per testimoniare la sua ammirazione, prese un pezzo di carbone e disegnò su una lunetta una bellissima testa di putto.

Il ladro, impegnato a integrare con l'argenteria di casa quanto guadagnato, rimase a bocca aperta. Scommise con Buonarroti che avrebbe dato un'eguale dimostrazione d'arte. Rimise a posto piatti e candelabri. Richiuse i stie a cassettoni. E rimise apposto la serratura

Il giorno dopo l'Urbinate tornò al lavoro. Aprì la porta. Rimise mano all'intonaco. Non si accorse di nulla. A fine giornata, alzò gli occhi al soffitto. Vide la testa. Sorrise. E decise di non cancellarla.

Mandò un biglietto a Michelangelo chiedendogli se fosse diventato un angelo di nome, oltre che di fatto. E lo scassinatore guadagnò altri cinquanta scudi

scritto da Alessio Brugnoli alle 12:50 6 commenti

lunedì, ottobre 10, 2005

Cavalieri di Rodi

Roma, XII secolo. Dove una volta passeggiavano consoli ed imperatori, adesso non pascolano che capre. Tra i prati, simili ad ossa di giganti, si ergono rovine di passata grandezza. Qualche pellegrino le guarda stupito, indeciso tra malinconia e sogno.

I popolani, passeggiano indifferenti, abituati a pietre e colonne. Qualcuno raccoglie marmi, per farne calce. Nobili trasformano archi trionfali in castelli e fortilizi. Monaci esorcizzano le celle di templi, per trasformarli in chiese.

Giunge a Roma una delegazione dei cavalieri di Rodi. Chiedono al papa un luogo per erigere la loro casa. Gli viene affidato l'emiciclo settentrionale del Foro di Augusto. E nasce così una nuova fortezza.

Nel 1467 Giovan Battista Orsini e Marco Barbo restaurano l'antico edificio, per traformarlo in palazzo. Il suo viso arcigno si rasserena e, al posto dei merli, si erge una loggetta, forse progettata da Giuliano da Maiano.

Bellissime pitture la decorano, di mano ignota. Paesaggi. Finte architetture. Animali selvaggio. E dagli archi, il cielo si perde all'orizzone, confine dello sguardo

scritto da Alessio Brugnoli alle 10:36 0 commenti

Mostra Manet



A Roma, la mostra di Manet, che a suo modo a cambiato la pittura. Più che un precursore, l'epigono di una tradizione. I suoi colori, il suo nero che si trasfigura in luce, non nascono con la Natura, ma con la Cultura, con i grandi autori del Barocco e del Rinascimento.

Tutto bene ? No, perchè come sempre succede alle mostre del Vittoriano, grandi aspettative rischiano di essere deluse.

L'Altare della Patria non è adatto alle Mostre. I locali sono piccoli, inadeguati, in cui la gente si accalca, soffocando, per guardare un quadro, impossibilitata a godere l'opera. L'allestimento lascia sempre a desiderare. I curatori, oltre a spacciare coscientemente delle opere minori per capolavori, per motivi di marketing, in modo da accalappiare più visitatori e sponsor ignari, hanno l'idea che allestire una mostra significa accalcare più opere possibili su un muro, senza un criterio che non sia più complesso di quello cronologico.

E infine la proverbiale maleducazione dei custodi, fonte inesauribile di aneddoti

scritto da Alessio Brugnoli alle 10:34 0 commenti

venerdì, ottobre 07, 2005

Cellini a Roma


Alta è la notte sul COlosseo. Una fragile luce di torce sfiora le rovine. E le piante che ostinate vi crescevano. Tre ombre si muovono nell'arena.

L'una è quella di un prete. Un misterioso siciliano, che si dice dormire tra la rovine di templi e di terme. Che conosca la lingua degli infedeli. Che angeli e demoni obbediscano ai suoi comandi.

L'altra è agile ed elegante,di gran signore. Agnolo Gaddi. L'ultima par quella di un brigante. Benvenuto Cellini.

L'artista è innamorato di una cortigiana, Veronica, sempre vicina e sempre sfuggente. Per averla, è disposto a scendere a patti con gli Inferi.

I tre puliscono dalla parietaria uno spiazza dell'arena. Tracciano un pentacolo con il sale. Al centro, un braciere, un cui è gettato rosmarino, aglio, anice e polvere di zolfo. Il pronuncia parole sconosciute. Prima sussurrando. Poi a voce sempre più alta, sino a gridare. Si alza il vento, che turbina polvere. Una nube copre la lune. Qualche masso cade. E due toscani fuggono, persi per Campo Vaccino

scritto da Alessio Brugnoli alle 12:17 0 commenti

La Spagnola



Ho avuto la fortuna di conoscere la mia bisnonna materna. Una vecchina minuta, dai lunghi capelli bianchi, sempre vestita di nero. La ricordo la sera, seduta accanto al camino, a godersi fiamma e calore. E a raccontar storie, tra la luce rossastra e le ombre delle travi di legno.

Parlava di suo nonno, abile a fare i lunari. Di un suo zio, che diceva far parte della Mano Nera. Della Guerra. E della Malattia.

La Spagnola. Pronunciava quel nome con un misto di terrore e rispetto, come una punizione di antichi dei, e sembrava diventare più piccola di quel che era. Quasi a scomparire.

Era un Ottobre freddo. Piovoso. Vennero i soliti malanni di stagione. Tosse, ladra di respiri. Ossa che facevano male. Febbri. E all'improvviso dolori lancinanti. Il fuoco alle tempio. Il sangue nei polmoni. La gente moriva come mosche. Non i bambini e gli anziani, ma coloro che erano nel pieno delle forze.

E i giornali tacevano. Lei si ammalò. Fu fortunata. Perse tutti i capelli, ma sopravvisse. Oggi scopro che la Spagnola non era che una forma di influenza aviaria. Leggo le rassicurazioni: che il virus non si è adattato perfettamente all'uomo, che non siamo indeboliti dalla carestia, che gli antibiotici ci proteggono dalle complicazioni batteriche.

Razionalmente ci credo, eppure nell'animo rimangono i graffi dell'antica paura

scritto da Alessio Brugnoli alle 12:14 0 commenti

giovedì, ottobre 06, 2005

Emergenza Sangue a Roma



AAA Donatori cercasi. E di corsa. In questi giorni, all'Urbe c'è carenza di sangue. Per sensibilizzare i pigri romani l'Avis ha organizzato domenica, con il patrocinio del Ministero della Salute, la quarta edizione della maratona Blood Runner.

L'appuntamento è al Gianicolo, in Piazza Garibaldi. Per i bambini ed i loro accompagnatori, l'orario di ricevimento è alle 9.30, per la Corsa delle Goccioline. Per gli adulti la partenza è alle 10.00.

Partecipiamo in massa

scritto da Alessio Brugnoli alle 22:29 0 commenti

Giuseppe Verdi




Giuseppe Verdi capitò diverse volte a Roma. Durante un soggiorno decide di spedire una lettera a casa. Abituato alla puntualità e all'efficienza della burocrazia nordica, si presenta alle Poste Centrali, allora poste dove adesso è la Galleria Alberto Sordi, dieci minuti prima delle Nove di mattina, orario di apertura.

Nove. Nove e cinque. Forse va male l'orologio. Nove e un quarto. Cos'è mai un piccolo ritardo. Nove e mezza. Un inconveniente può capitare a tutti.

Alle Dieci le serrande ancora abbassate. Il compositore scuote il capo e decide di andarsene. Improvvisamente l'ufficio si apre. Fa capolino la faccia serena e allegra di un impiegato bambagione.

Verdi, lievemente alterato, gli lancia un'occhiata di fuoco:

"Insomma, le Poste dovevano aprire alle ove. Sono le dieci passate "

E l'impiegato, serio, senza minimamente scomporsi risponde

"E aringraziamo Dio che ce semo arrivati"

scritto da Alessio Brugnoli alle 12:41 0 commenti

mercoledì, ottobre 05, 2005

Colonna Aureliana



Per proteggerla dai malintenzionati, ossia i nobili che avevano la strana abitudine di trasformare gli edifici classici in fortezze o di demolirli, per trasformare i marmi in calce, e per consentirne la manutenzione, papa Agapito II affidò la colonna di Marco Aurelio ai monaci di San Silvestro, tra l'altro custodi di una delle tante teste del Battista.

I monaci decisero di speculare sull'inaspettato regalo. Accanto alla colonna costruirono una cappelletta, dedicata a Sant'Andrea, e cominciarono a far pagare l'ingresso a tutti pelligrini, o meglio i turisti dell'epoca, che intendevano salire i 190 gradini interni per godersi il panorama dell'Urbe.

Dato che l'affare rendeva bene, un abate decise di dare tutto in appalto al cugino. Dopo la sua morte, il suo successore Pietro, pretese la restituzione della fonte di guadagno, lanciando insulti, scomuniche e maledizioni varie a chi in futuro avesse avuto l'idea di esternalizzare la gestione della colonna.

E per essere più chiaro, non si limitò a proununciare le parole, memore del fatto che verba volant, scripta manent. Fece infatti incidere il tutto in una lapide in marmo, che ancora si può leggere nel portico della chiesa di San Silvestro

scritto da Alessio Brugnoli alle 14:20 0 commenti

Romanzo Criminale



Aristotele parlava della Catarsi. Andare a teatro, per riflettere la propria anima in uno specchio deformante. Che mostra ombre e deformità, sintesi del proprio lato oscuro. Che fa riflettere sulle proprie azioni ed i propri errori.

Romanzo Criminale. Guardo le scene. Non penso alla trama. O alle polemiche. Osservo chi mi è accanto. Ascolto le loro voci. I loro sussurri. E penso quanto sia semplice perdersi nel buio della notte. O limitarsi a sfiorarlo, sfuggendogli a volte per scelta, o più semplicemente per caso

scritto da Alessio Brugnoli alle 14:18 0 commenti

martedì, ottobre 04, 2005

Metropolitane



Ieri Roma Metropolitane, società capitolina dal nome autoesplicante, ha presentato i suoi progetti per il futuro.

Dopo lunga e perigliosa agonia, finalmente si hanno notizie delle nuove metro a Roma. Il 26 ottobre partono i lavori per la linea B1, da Piazza Bologna a Conca d'oro, che sarà lunga 3,9 chilometri, tutti sotterranei, e toccherà quattro nuove stazioni: Nomentana, Annibaliano, Gondar, Conca d'Oro. Costo previsto, circa 483 milioni di euro.

Ad Aprile 2006, cominceranno i lavori della prima stazione della famigerata linea C, Via Teano. Il percorso di tale lineaL coprirà oltre 25 chilometri di lunghezza, con 30 stazioni, e costerà circa 3 miliardi di euro. La C collegherà Clodio-Mazzini con Pantano, sovrapponendosi al trenino della Roma Pantano, i cui utenti ogni giorno sfidano l'assioma fisico che due corpi distinti non possono occupare lo stesso spazio.

Sono previste due stazioni di corrispondenza con la metro A, Ottaviano e S. Giovanni, una con la FR1, la Roma Casilima e forse le Ferrovie delle Stato si degneranno di farvi fermare qualche treno, e una con la metro B alla stazione Colosseo.

Una stazione, quella del Colosseo, che sarà completamente ristrutturata, e ospiterà un collegamento interno per un nuovo Museo dei Fori, che sarà realizzato al di sotto di via dei Fori Imperiali. Nella nuova metro i convogli non avranno macchinisti a bordo, ma saranno guidati da un sistema ad automazione integrale, e le banchine saranno dotate di porte scorrevoli. Per motivi di decenza, non è il caso di citare il colorito commento der Giamaica !!!

A scavare le gallerie saranno le Tbm, talpe meccanizzate in grado di scavare a 30 metri di profondità, senza interferire con il piano stradale, abbattendo i disagi per la circolazione delle auto. E i romani, da uomini di poco fede, hanno accolto sghignazzando tale notizia.

Dopo la Fantascienza, l'Utopia. Per la millesima volta in dieci anni, è stato assicurato il prolungamento della Metro A verso Tor vergata e verso Casolotti, quello della B fino alla Cecchignola e, con un po' di senso d'umorismo, della B1, verso la Bufalotta.

Ed infine la presentazione della linea D, che come l'Araba Fenice

che vi sia ciascun lo dice,
ove sia nisun lo sa.

Finalmente chiariti i dubbi sul suo percorso. Collegherà il piazzale dell'Agricoltura dell' Eur con via Ugo Ojetti, nel quartiere Talenti.

Che dire ? Conoscendo i tempi dell'Urbe, spero che i miei bisnipoti possano viaggare comodi

scritto da Alessio Brugnoli alle 15:15 0 commenti

Torri

Nel vuoto di Circo Massimo, una torre. Sola. Dimenticata. Che guarda l'orizzonte dove una volta sorgeva Porta Capena.

Uno volta dei monaci camaldolesi di San Gregorio al Celio. Poi dei Frangipane, che la chiamavano Torre della Moletta, per il mulino che sorgeva ai suoi piedi, lentamente mosso dall'acqua di una marrana.

E qui Iacopa dei Normanno o dei Sette Soli, detta così per la sua casa al Settimonzio, ospitò nel 1223 un suo fraterno amico. Un certo Francesco, nato ad Assisi

scritto da Alessio Brugnoli alle 11:44 0 commenti

Racconti Centocellesi



Stavamo tutti ar bar d'Ermanno. Dovevamo consolà Cobra, che era depresso. Ma lui nun s'era ancora fatto vedè. Se presentò er Poccia, co' la donna. 'Na zinnona bassetta che faceva Filosofia. Dietro, 'na stanga co' no stacco de coscia da panico. Co' le calze, ce se poteva fa' la pesca d'altura.

"Aho, belli, l'amico der sole arriva o nun arriva "

"Boh"

je risponnemmo 'n coro. Ma veramente l'occhi,'nsieme cor pernsiero, 'navano da tutt'altra parte.

" Aho, questa Samantha, 'n'amica de Moana"

Noi ce presentammno tutti alla sellerona, che pe' guardalla tutta, te veniva 'na cervicale. Cominciammo co' le solite chiacchiere. Che fai. Che nun fai. Chi frequenti. Chi nun frequenti. Però, porca miseria, stavamo a perdè li colpi.

Sandokan se attaccò ar cellulare. Ma lui non contava, dato che era fidanzato co' 'no scorfano, che 'n mezzo alle gambe ci aveva er cartello chiusa per ferie.

'Nsomma, nun riuscivamo a rompe er ghiaccio co'questa. E Poccia manco ce dava 'na mano. Co' Moana, che 'n realta era un soprannome, visto che all'anagrafe se 'ntitolava Carmelina, parevano usciti dalla pubblicità de li baci Perugina. E poi se arrivava Cobra...

Mumma ebbe 'n corpo de genio. Guardò nella borsetta de Samantha, che poi se chiamava Maria, e vide 'n librone de quelli 'mportanti. Co' tante pagine. Co' la copertina rigida, che l'estate la poi utilizzà pe' ammazzà le zanzare.

"Aho, ah bella che te stai a legge ? Acculturame pure a me"

"E' n libro de Mirella Serri, I redenti "

"Cioè pure io me 'sto a 'nteressa a 'ste tematiche religiose. specie da quanno è morto er Papetto nostro. Me so' 'na notte de fila, pe' annallo a salutà. "

"Veramente..."

'Ntervenni io, a tiraje fori le castagne dar foco

"Ricca'. parla de quelle sette strane, che te fanno er lavaggio der cervello "

"Co' Dash ? "

"E nun te fa riconosce. Do' ce sta' uno che dice 'na manica de cazzate e tu ce credi. E je batti pure le mani. E te comporti in maniera assurda"

"Come er cugini de Lillo, che se veste strano, va 'n giro co' li sandali e s'è fatto cresce l barba"

"Mumma, quello s'è fatto padre Cappuccino. E nun fa le solite battute "

"Vabbè, stai a fa' er preciso"

Samantha tossì.

"Veramente parla de fascisti e de comunisti "

"Perchè loro nun so' sette ? " je risponnemmo in coro. Lei nun fece caso. Manco noi, 'mpegnati a vedella accavallà le gambe. Sotto nun portava niente.

"No so otto. 'Ntendo di', che er libro parla de tutti li professoroni, che ar tempo der Fascio, arzavano la mano, e 'nvece co' la Repubblica, arzavano er pugno. De li venduti"

E chissene frega, pensai tra de me. Da 'mo che passato Musone e 'sti venduti, saranno ormai tutta terra pe' ceci. Mumma 'nvece s'era appassionato

"Ma dai "

"Che 'nfami"

"Però 'n finale, in quarche modo se deve pure campà. Rosso, Nero, nun è poi che ce tutta 'sta differenza. Sempre colorati so' "

"E stanno bene nella bandiera der Milan"

"No, seriamente, Fascismo e Comunismo, so' sempre fiji... "

"De mignotta" aggiunsi io, pe' famme notà da Samantha

"Pure. Ma er papà se chiama Socialismo. Fasci e zecche so' come Caino e Abele. Se possono pure scannà, ma sempre fratelli so'. 'N finale entrambi odiano la stessa cosa. L'esse' liberi de fa quello che te pare. De di' tutte le stronzate che te passano pe' la capoccia. De' avecce la saccoccia piena. De' inseguì quella cosa strana e fuggente che chiamamo felicità"

"Ah poeta, c'hai ragione"

"Sandokan, hai finito de arricchì' Tim ? "

"Te volevo di' du cose "

"Spara"

"Zi 'Midio era antifascista. Tutti li giorni c'era uno 'n camicia nera che je faceva fa' li gargarismi co' l'olio de ricino. Arriva l'otto settembre. La resistenza. L'americani che fanno tana libera tutti. E uno 'n camicia rossa je spara 'n corpo 'n canna. Perchè nonno era partigiano de Giustizia e Libertà. E lo sai chi voleva riempillo de buchi, come 'na padella pe' le caldarroste. Lo stesso de prima, che aveva cambiato solo er colore della camicia "

"E la seconda ? "

"Che du' ore fa m'ha fatto 'no squillo Cobra. Nun po' veni', c'ha trentotto de febbre"

scritto da Alessio Brugnoli alle 11:42 7 commenti

Acqua Marcia


L'Acqua Marcia. La sua prima mostra era ben misera. Una modesta vasca rotonda, a fior di terra, guizzante di zampilli, realizzata in quella che allora era Piazza Termini ed oggi il giardino dedicato ai cinquecento caduti di Dogali

La mostra fu inaugurata il 10 settembre 1870 da Pio IX. Dieci giorni dopo cadde il potere temporale dei papi. Cosicchè i romani, per ricordarsi della transitorietà delle cose di questo mondo, coniarono il proverbio

Acqua Pia,
oggi tua, domani mia

Alla Terza Roma non piacque una simile arredo urbano. Per i Savoia bello era sinonimo di grosso, ingombrante, carico di decorazioni. Fu decisa una nuova fontana. L'opera fu assegnata allo scultore palermitano Mario Rutelli, che, per fortuna, ebbe più senso estetico di quello mostrato in tempi recenti dal nipote sindaco.

Egli scolpì i quattro bronzi delle Naiadi, nel 1901. La Ninfa dei laghi con il cigno, la Ninfa dei Fiumi, su un mostro fluviale, la Ninfa degli oceani, su un cavallo selvaggio simbolo dei marosi, la Ninfa delle acque sotterranee, sdraiata sul dorso del drago.

Ma i buzzurri, a quanto pare, erano ben più bigotti dei papalini. Censurarono le sculture,ritenute offensive per il pubblico pudore, nascondendole dietro una staccionata. Ma il popolo romano, curioso, il popolo abbattè lo steccato.

Apprezzò le Naiadi, ma spernacchiò il gruppo centrale, che raffigurava tre tritoni, un delfino ed un polpo, soprannominandolo Fritto Misto.

Nel 1912 l'obbrobrio fu nascosto in una fontana nei giardinetti di Piazza Vittorio e sostituito con una nuova scultura, sempre del Rutelli, che rappresenta Glauco in lotta con un tritone.

E Pasquino, sempre insoddisfatto, appellò la fontana come quella

Dell'omo cor pesce in mano
che delle donne bagna er deretano

scritto da Alessio Brugnoli alle 11:41 0 commenti

Ipse Dixit



Roma. Una città dove si trovano vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo che superano, l'una e l'altro, la nostra immaginazione.

In altri luoghi bisogna andare a cercare le cose importanti: qui se ne è schiacciati, riempiti a sazietà. Si cammini o ci si fermi, ecco che appaiono panorami di ogni specie e genere, palazzi e ruderi, giardini e sterpaglie, vasti orizzonti e strettoie, casupole, stalle, archi trionfali e colonne, spesso così fittamente ammucchiati da poterli disegnare su un solo foglio

Goethe

scritto da Alessio Brugnoli alle 11:40 0 commenti

Garibaldi



Quando, dopo l'Unità, Garibaldi giunse la prima volta a Roma, fu accolto da uno straordinario entusiasmo. Dalla carrozza furono staccati i cavalli e questa venne trascinata a braccia da Termini all'Albergo Dragoni, in largo Chigi.

Garibaldi entrò nella sua stanza. Si rinfrescò. Diede un'occhiata dalla finestra. Una folla enorme lo acclamava. Applaudiva. Gridava il suo nome. Qualcuno si era arrampicato sull'obelisco, per guardarlo meglio.

Il generale ricordò i giorni della gioventù. Le battaglie. Il coraggio degli amici. La solitudine. L'indifferenza del popolo. I tradimenti.

Si affacciò. Pronunciò tre parole

"Romani, siate seri"

E se ne andò di nascosto.

scritto da Alessio Brugnoli alle 11:38 0 commenti

Farmacia Peretti

In piazza Santa Maria in Trastevere, un'altra delle antiche farmacie romane la Peretti, fondata da Pietro, il cui busto, dallo sguardo ironico e diffidente, pare ammonire chi ozia indeciso tra vetrine e scaffali di noce.

Pietro Peretti è passato alla mitologia romanesca, non per la sua abilità, benchè fosse autore di un ricettario farmaceutico e titolare di cattedra alla Sapienza, o per la rinomata tirchieria, ossia il semplice rifiuto, da buon piemontese, di onorare la tradizione locale di vendere medicine a credito o a rate, ma per il suo amato pappagallo.

Lo speziale, accanito liberale, aveva educato il pennuto a insultare ogni prete, monaco, vescovo e cardinale che passasse davanti alla porta del suo negozio. Data la popolazione della Roma papalina, ciò doveva accadere molto di frequente.

Pasquino raccontò in rima la storia e Peretti dovette scappare di più di fretta che di paura, facendosi rivedere a Trastevere dopo l'Unità di Italia

scritto da Alessio Brugnoli alle 11:35 0 commenti

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